Che imbarazzo per tutti gli altri. È verissimo dire che ogni torneo è diverso e che molti possono avere chance di vittoria, ma negli ultimi 21 appuntamenti disputati da Carlos Alcaraz e Jannik Sinner uno dei due ha sempre alzato la coppa. A 23 eventi su 24, la doppia partecipazione di questi due campioni ha fatto pendere la bilancia in modo netto: la maggior parte delle settimane è stata una sfida a due, con i restanti alfieri che sembrano comprimari di lusso.
Rischiando un salto nel tempo, l’unica eccezione davvero rilevante è Madrid 2024, dove il Masters 1000 non è finito nelle mani di Alcaraz o di Sinner ma tra quelle di Andrey Rublev. Il russo ha battuto in finale Felix Auger-Aliassime 4-6, 7-5, 7-5, dopo aver superato nei quarti proprio Alcaraz 4-6, 6-3, 6-2. Ma attenzione: Sinner, a ridosso della sconfitta di Alcaraz, non è riuscito a scendere in campo. Aveva battuto Khachanov agli ottavi, ma fu costretto a ritirarsi contro Aliassime nei quarti a causa di un problema all’anca, ancora persistente. Come sarebbe andata se avesse potuto partecipare? Le statistiche parlano chiaro: dopo quel forfait di Madrid 2024, Sinner ha incassato una striscia di vittorie di 5 match su 5, chiudendo con 10 set vinti e solo uno ceduto.
Nei primi mesi del 2024 Sinner aveva già mostrato una serie di exploit impressionanti: trionfo all’Open d’Australia, titolo a Rotterdam, semifinale a Indian Wells, successo a Miami e un percorso da semifinalista a Montecarlo. Senza sentirsi di esagerare, è lecito pensare che anche contro Rublev – contro cui è in testa a 5-6 dal 2023 – la “Volpe Rossa” avrebbe potuto alzare la coppa se solo avesse potuto giocare. Le dirette confronti, pur senza una controprova definitiva, sono indizi piuttosto robusti per sostenere questa tesi: l’assenza di Sinner per infortunio ha privato il circuito di una possibilità molto concreta di duplicare l’alchimia tra i due.
Sinner ha poi pubblicato su Twitter la sua delusione per non poter scendere in campo contro Aliassime a Madrid, scrivendo che l’anca gli aveva creato fastidi per tutta la settimana e che i medici gli avevano consigliato di non continuare a giocare. Da quel momento è diventata una riflessione amara sul ruolo di comprimari, non necessariamente because di talento, ma perché la scena sembra riservata a una coppia risonante. È impossibile ignorare che, sebbene sia ingeneroso etichettarli come “compromari”, la loro unica vera differenza rispetto alle generazioni passate è la presenza di due dominatori nettissimi: Alcaraz e Sinner, contro cui la concorrenza finisce spesso per pareggiare i ranghi e accontentarsi di spicchi di semifinale o di lungo cammino verso il podio.
Nell’olimpo del tennis attuale, la metafora dei Fab Four – quella di Federer, Nadal e Djokovic (con Ringo Starr a volte al posto di Andy Murray o Stan Wawrinka) – ha trovato nella nuova era una versione ridotta: Alcaraz e Sinner hanno monopolizzato regolarmente i posti in semifinale, mentre gli altri si accontentano di qualche ribalta e di corridoi angusti verso l’obiettivo. Se da un lato è stimolante assistere a una sfida a due di tale livello, dall’altro resta la sensazione che il roster degli sfidanti debba crescere per restituire al circuito quella varietà di celebrazioni che gli anni passati hanno regalato. E ora, con Alcaraz e Sinner al centro del palcoscenico, gli altri temono di dover aspettare il momento giusto per sovvertire il copione e restituire al tennis una lotta davvero aperta.