Lorenzo Musetti arriva a Roma con una consapevolezza diversa rispetto a dodici mesi fa. L’anno scorso il Foro Italico era stato il luogo della sua consacrazione, con una semifinale capace di confermare una dimensione ormai pienamente d’élite. Stavolta, però, il giovane tennista ammette di presentarsi agli Internazionali d’Italia con meno partite nelle gambe e con una fiducia non ancora al livello desiderato: “Arrivo qui sicuramente con meno partite rispetto all’anno scorso e con meno fiducia, inutile nasconderlo”. Eppure proprio questa situazione può trasformare Roma in qualcosa di più di un semplice torneo da difendere: potrebbe essere il palcoscenico dove ritrovare il filo del suo gioco sfruttando quell’energia speciale che solo il pubblico di casa è capace di dare.
Il pubblico romano, o comunque italiano, rappresenta per Musetti un vantaggio enorme da sfruttare: lo ammette senza girarci troppo intorno e sottolinea come il tifo possa diventare una spinta decisiva nei momenti chiave del torneo. L’affetto dei tifosi, soprattutto dei bambini, è una delle spinte più forti della sua quotidianità. Non è solo una questione di applausi o di popolarità: è sentirsi riconosciuto non soltanto per il talento, ma anche per il lavoro che sta dietro al suo percorso. Per un giocatore spesso associato alla bellezza del gesto tecnico, al rovescio a una mano, alla palla corta e all’istinto creativo, questa attenzione può pesare: Musetti vuole essere visto anche per la fatica, per il processo, per il tentativo quotidiano di diventare un giocatore più completo e più solido.
Il tema della solidità attraversa molte delle sue riflessioni più interessanti. Musetti riconosce di essere stato, soprattutto nei primi anni di carriera, un giocatore soggetto a forti oscillazioni emotive. “Sono sempre stato uno che si scalda molto nel momento”, racconta, ammettendo di aver dovuto lavorare tanto per mantenere “un livello medio da top player”. Il talento non è mai stato in discussione, ma la sfida era trasformarlo in rendimento costante, in continuità vera. In questo contesto il confronto con Jannik Sinner è inevitabile. Il numero uno del mondo viene indicato da Lorenzo come esempio di stabilità: “Il suo livello è sempre altissimo e, anche quando scende, non scende mai male”. È questa la frontiera su cui Musetti sente di aver lavorato di più: non accendersi soltanto a intermittenza, ma restare competitivo anche nei giorni meno ispirati.
E proprio Sinner è l’altro grande convitato invisibile di ogni discorso sul tennis italiano contemporaneo. Musetti non ha difficoltà a riconoscere il ruolo storico di Jannik: “Ha aperto una strada veramente nuova”, ha portato l’Italia in una dimensione mai esplorata prima, ha mostrato a tanti ragazzi che il vertice assoluto non era più un’astrazione. Ma quell’effetto positivo ha anche un rovescio della medaglia: gli standard si sono alzati per tutti, e Musetti lo sente sulla propria pelle. Questo è lo scenario con cui Musetti si presenta agli Internazionali d’Italia.